Brillante fanciulla provoca: “Con il tramonto della democrazia patriarcale quali certezze ci sono più da passare, tra maschi?”

Faccio fatica a cominciare da Polanski. E non per l’ovvia ragione che lì è stata una storia pesante, non quelle due carezzine che ci siamo beccate tutte, in genere con grande spavento. E nemmeno per l’altrettanto ovvia ragione che ho conosciuto gente che per molto meno di quello che è capitato a Samantha Gailey è rimasta sbarellata tutta la vita. di Marina Terragni
13 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 01:15 | 14 AGO 20
Immagine di Brillante fanciulla provoca: “Con il tramonto della democrazia patriarcale quali certezze ci sono più da passare, tra maschi?”
Faccio fatica a cominciare da Polanski. E non per l’ovvia ragione che lì è stata una storia pesante, non quelle due carezzine che ci siamo beccate tutte, in genere con grande spavento. E nemmeno per l’altrettanto ovvia ragione che ho conosciuto gente che per molto meno di quello che è capitato a Samantha Gailey è rimasta sbarellata tutta la vita, e una volta adulta, in una catena dannatamente dolorosa e difficile da rompere, ha proceduto con zelo a sbarellare altri. E poi, sia detto en passant, potrei perfino concepire che a quel povero vecchio sia concesso il perdono, mutatis mutandis, essendo perdonista per mia natura.

Faccio fatica a partire di lì, e quindi comincio a interrogarmi proprio dalla fatica, che si spiega con il fatto che lì non vedo alcuna paideia in atto, e per almeno un paio di ragioni: la prima è che non comprendo quale sapere possa passare attraverso una sodomia, se non la conoscenza di una sessualità maschile che contempla anche la possibilità della brutalità, ed è un sapere di fronte al quale non finiamo mai di stupirci, nemmeno da vecchie; la seconda è che la paideia, così come è storicamente e comunemente intesa, utilizzando anche il “battesimo” del corpo, è una faccenda tra maschi. E’ rarissimo che nel passaggio di sapere tra donne, più afroditico che erotico, passaggio che non è mai stato oggetto di una ritualizzazione altrettanto forte, si sperimenti il precipitato di una pratica genitale. Poi, con l’emancipazione e la scolarizzazione delle ragazze, è venuto anche il passaggio tra i sessi, l’inaudito di una paideia tra maschi e femmine, forse il principio della fine di questa pratica.
Pensando a me stessa, posso dire di un rapporto intenso e certamente erotico con un formidabile professore che con la sua passione intellettuale ha segnato la mia vita. E che solo a un certo punto, essendo lui una brava persona e uno che non voleva guai, compiuti i miei 18 anni tentò un affondo, pur sempre con garbo: qualche telefonata, qualche corsa pazza sulla sua Alfetta di ex partigiano entusiasta del progresso, e un paio di baci che ricordo con sommo disgusto e una certa compassione.

L’ho maternamente perdonato nel preciso momento in cui lo faceva,
forse l’avrei perdonato anche se si fosse spinto un po’ oltre, e perfino se si fosse spinto molto oltre. Ma onestamente non posso dire che quel petting a cui mi costrinse (“…sì, chiamami professore, che mi diverto anche di più”, o ancora: “Sai, quando tocco una ragazza, è come se mi si riavviasse il motore…”: era un patito di automobili) abbia aggiunto granché al passaggio di sapere e di esperienza che c’era stato fra noi, se non qualche sorprendente notizia sulla sessualità maschile e sul suo aspetto di aggressività e compulsività. Consapevolezza aumentata dall’aver conosciuto un giorno sua moglie, signora di mezza età, grassa e priva di qualunque appeal, che semplicemente incrociando con il mio il suo sguardo rassegnato mi offrì qualche ulteriore dettaglio su questa dannazione degli uomini.

Nessun dubbio sul fatto che il medium del passaggio di sapere da lui a me – e forse un poco anche da me a lui – sia stato eros: in senso lato, gioia, passione, eccitazione, amore, ma anche in senso stretto, il mio invaghimento di ragazzina per quel brutto vecchio signore che quando spiegava e raccontava splendeva di tutta la luce del sapere in via patrilineare, da Anassagora in avanti, sapere nel quale ero stata cooptata, da intelligente fanciulla. Forse era proprio questo a eccitarmi, il fatto di essere stata eletta a fare parte del meraviglioso mondo degli uomini, di avere scampato per un pelo il destino dell’esclusa a vita. Almeno, allora la vedevo così. Ma posso assicurare che le mani del prof. tra le mie gambe sarebbero state un optional non necessario e piuttosto fastidioso. Per mia fortuna si è fermato prima.

Della paideia tra maschi non posso dire molto
: e da Giuliano Ferrara, visto che ha voluto parlarne, avrei preferito sentire la sua – la sua esperienza, il suo desiderio, la sua paura, la sua ripulsa –, mi sarebbe piaciuto che non si proteggesse dietro le citazioni, non meno spersonalizzate, di Giovanni Reale e James Hillman. A me pare questo: che quel passaggio pederastico sia sempre stato lì a sancire la genealogia maschile, che fosse un modo per rimettere al mondo i fanciulli per il verso giusto, cancellando ogni traccia del corpo della madre e rigenerandoli nel contatto non meno intimo con il corpo del padre – o di chi ne faceva le veci –, atto fortemente simbolico fondativo del patriarcato e di quella conventio ad excludendum che è stata, fin dal principio, la democrazia, territorio intenzionalmente e non accidentalmente off limits per il genere femminile (Habermas). C’era la strapotenza della madre, e ci fu bisogno di inventarsi il potere del padre, con tutto quanto il suo monumentale apparato simbolico.

Ora, se si può essere certi che la crisi profonda del patriarcato e della democrazia
ha a che vedere con l’enorme e recentissima novità della cittadinanza femminile, che va eversivamente a toccare proprio le fondamenta di questo modello, forse si può fare l’ipotesi che anche l’obsolescenza della paideia sia un segnale di questa crisi: quali certezze ci sono più da passare, tra uomini? Quale potere da trasmettere, conficcandolo nelle tenere menti, e anche nei teneri corpi? Forse le ragioni di questa nuova interdizione, che arriva assurdamente a sanzionare come illecito un abbraccio tra padre e figlio (ed estensivamente anche tra madre e figlio), gesti necessariamente erotici; che edifica muri e reti intorno alle scuole materne, a ostacolare ogni sguardo necessariamente malintenzionato; che ti proibisce di toccare un bambino, le cui forme tondeggianti sono invece lì a chiamare il tatto e la prosecuzione delle carezze elargite per nove mesi dall’utero, non meno nutrienti del sangue e del latte; forse questa nuova e dolorosa proibizione ha a che vedere con questo, con l’interruzione di una continuità che non si sa più bene che cosa debba continuare, con il gigantesco “pause” che abbiamo premuto in attesa di capire da che parte si debba andare; con l’orrore che in ultima analisi ci suscitano le piccole creature con le loro domande e i loro bisogni – e non è un caso che ne mettiamo al mondo così poche –, lì a testimoniare la necessità che noi adulti definitivamente cresciamo e ci assumiamo la responsabilità di sistemare le cose e di prendere una strada certa.

Forse è che li odiamo, i bambini, e allora è meglio girargli al largo
, perché tutti si aspettano che se li avviciniamo è senz’altro per fargli qualcosa di male, che le nostre carezze siano necessariamente il preludio di uno stupro, e uno stupro è sempre un assassinio simbolico. Forse il rischio, quando gli si sta intorno, è il disvelamento di questo odio: e allora meglio evitare. Io comunque, sapete, me ne sbatto, e quando vedo un bambino lo desidero, lo avvicino, lo accarezzo, ci parlo: ai bambini piace parlare soprattutto delle cose “magiche”, ne sanno moltissimo, e io imparo.

di Marina Terragni
Giornalista e scrittrice, ultimo libro “La scomparsa delle donne” (Mondadori, 2008)